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BiMag - Debiti, Scoppetta: imprenditori non chiedono aiuto per vergogna

Debiti, Scoppetta (Prodeitalia): imprenditori non chiedono aiuto per vergogna

«A volte chiamano e poi spariscono, per poi richiamare dopo mesi. E lo fanno perché faticano ad ammettere, anche a loro stessi, di avere un problema legato ai debiti». L’avvocato Francesca Scoppetta è la referente di Roma e del Lazio del progetto Prodeitalia, un network di professionisti che offre supporto a persone e aziende per far fronte a situazioni debitorie di difficile gestione. A BiMag descrive uno spaccato che fa poco rumore ma può scatenare insidie: sempre più spesso dietro situazioni economiche precarie si nascondono piccoli grandi drammi pronti a deflagrare con violenza, senza preavviso. «Le persone che ci contattano sono ancora tante».

Quanti sono per la precisione gli imprenditori che ogni mese si rivolgono a voi perché soffocati dai debiti?

«Le richieste di aiuto sono all’incirca tra le 20 e le 25 ogni mese. Si tratta di imprenditori, artigiani, piccoli commercianti ma anche di associazioni sportive e piccole aziende agricole».

Un dato in crescita o in calo negli ultimi anni?

«In lieve calo. Ma questo ci preoccupa ancora di più perché sintomatico, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, di un peggioramento degli effetti della crisi e di un aumento del senso di vergogna provato dalle persone in difficoltà. Non è mai facile trovare il coraggio necessario per denunciare una condizione di sovraindebitamento e farsi aiutare».

Quali sono i motivi più ricorrenti oggi per cui gli imprenditori incontrano gravi difficoltà economiche?

«Il motivo principale è costituito dalla rigidità del sistema bancario e dalle difficoltà crescenti di accesso al credito, una situazione peggiorata con l’entrata in vigore del sistema Basilea 3 che ha introdotto criteri di valutazione del merito creditizio particolarmente severi. Ciò significa che una piccola azienda che ha pagato in ritardo qualche rata di un prestito o di un mutuo perde “credibilità” sul mercato bancario e non viene più finanziata. Un danno enorme per chi ha bisogno di continuare a lavorare anche per superare le difficoltà».

Qual è solitamente l’atteggiamento dei soggetti “forti”, come le banche appunto, nei confronti di chi è in oggettiva difficoltà a causa dei debiti?

«Il sistema del credito bancario oggi non rappresenta più un sostegno per il mercato delle piccole e medie imprese, spesso abbandonate e senza concrete possibilità di ripresa. La mera applicazione di algoritmi prudenziali deve essere temperata da un ritorno alla valutazione “reale” della situazione in cui versa un’azienda».

Per far fronte ai debiti esiste una legge, detta salva-suicidi, che però è ancora poco applicata e poco conosciuta.

La legge 3/2012, la cosiddetta salva-suicidi, si è rivelata uno strumento efficace?

«È uno strumento molto utile ma ha i suoi limiti. Molti dei quali dipendono da un atteggiamento di diffidenza sulle concrete possibilità di questa normativa, persino tra coloro che devono applicarla. I costi dell’Occ (Organismo di composizione della crisi, ndr) inoltre sono parametrati su quelli del concordato preventivo di una srl, realtà con capacità economiche e massa debitoria spesso decisamente elevate».

Cosa sarebbe necessario?

«Ci vorrebbe maggiore attenzione alla ratio della legge, che pone il debitore al centro della tutela normativa con l’obiettivo di riabilitarlo e farlo tornare un elemento della catena produttiva e del consumo. Troppo spesso si confonde invece chi ha una pendenza con un fallito. La legge dunque ci sarebbe, ma viene applicata ancora a fatica e pochi la conoscono. Sia però chiaro che la norma salva-suicidi non è la panacea di tutti i mali e non può essere applicata a qualunque situazione. Nasce per tutelare chi è in buona fede e vuole sistemare una situazione complessa; non può certo costituire un paravento per chi invece vuole evitare di far fronte ai suoi debiti pur avendo le possibilità per farlo».

Gli imprenditori vanno in crisi per scelte aziendali sprovvedute o sono più spesso vittime incolpevoli di situazioni parzialmente o totalmente fuori dal loro controllo?

«Sono decisamente in maggioranza gli imprenditori che vanno in crisi per situazioni contingenti e imprevedibili, vittime di scenari che compromettono il normale andamento societario e danno avvio a un percorso negativo che porta al sovraindebitamento».

 


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